Cronache Babilonesi

Cronache Babilonesi
Escursione nella Filosofia - Edward Hopper (1959)

sabato 27 gennaio 2018

Appunti su Evola e la Dotttrina del Risveglio

La dottrina del Risveglio di Julius Evola. Buddismo ariano, aristocratico ed eroico.
In fondo la concezione “tradizionale” di Evola ha qualcosa di paradossale. Se addirittura il buddhismo nacque già in un’epoca di decadenza, 2500 anni fa, non si capisce bene quale mai sia stata l’epoca del fulgore delle tradizioni. Giace in qualche era preistorica, in qualche altra dimensione temporale? Risale ad Atlantide di cui parlava già Platone? Non so perché, io che sono un uomo di tipo decisamente “inferiore”, non degno e non pronto ad assimilare le inconcepibili saggezze “tradizionali”, associo spontaneamente la “tradizione” alla fantarcheologia di Peter Kolosimo.
Nonostante tutto, però, il buddhismo spiegato da Evola ha un suo profondo fascino e lancia in qualche modo richiami che arrivano fino alla rivisitazione buddhista in chiave esistenziale di Keiji Nishitani.
Il Buddha, Gautama Siddharta, lo Shakya Muni, non si ferma di fronte a nessun condizionamento, e portato dal suo eroismo guerriero va oltre il divino, oltre il bene e il male, oltre, persino, al “dissolvimento nel tutto” visto anch’esso come un inganno. Egli, il “Buddho”, approda al “vuoto perfetto”, là dove “la mente si spezza”, e opera il perfetto Risveglio al sunyata, l’incondizionato. Tutte le versioni mitiche Mahayana sono un arrendersi molto prima di arrivare in vista della “riva opposta”, sono rimasticazioni destinate all’illusione dell’uomo inferiore.
L’illusione più subdola, dopo quella del Dio personale, è quella del “nirvana”.

Nossignore, non dimentico che Evola sotto la pretesa di un razzismo “spirituale” e non meramente “biologico” si rese complice,  per arrogante noncuranza, delle atrocità naziste.
Non dimentico le sue simpatie per le SS e non dimentico le stronzate della destra, la ripugnante superiorità provata nei confronti della misera plebe che arrancava e subiva. “Tipi umani” inferiori e superiori secondo le dottrine tradizionali. È vero però che il buddhismo stesso non celebra l’uguaglianza degli esseri e anzi, nei testi canonici esistono delle vere e proprie gerarchie umane, per cui addirittura uccidere un certo “tipo umano” (esempio, un assassino) comporta meno karma negativo che ucciderne un altro.
Ricordo di averlo letto in un opuscolo di studio della Gakkai – Nichiren Shoshu. Poteva essere il 1991. Ricordo persino che trovai che fosse un pensiero realistico  e che prestasse il fianco a molti fraintendimenti.
Sentieri impensabili attraverso le pianure desolate della Verità.
I quesiti fondamentali sono sempre quelli: che cosa è “veramente” vivere? Come farlo al meglio? Cosa deve fare un essere umano per essere degno di tale qualifica? Esiste un senso morale non condizionato? La morte, come viverla? È un passaggio o la fine? In entrambi i casi non acquista più senso. Non ha proprio importanza, dal punto di vista del “senso” che tutto continui o finisca. Se continua, è solo una continuazione del mistero. Se finisce, finisce nel mistero.

Il Risveglio, la cosiddetta illuminazione, non è altro che l’annientamento del demone della dialettica. La mente non può contenere il sé né l’universo. La comprensione è essenzialmente Visione.

In fondo sarebbe bello rinascere nella Terra Pura. Una grande tentazione. Perfino Nichiren, sembrerebbe, gli ultimi anni della sua vita auspicava una pura terra in cui approdare con il daimoku, un interregno tra una rinascita e l’altra dove vi fosse pura beatitudine. Tutto l’opposto del duro Risveglio del Buddha storico, la consapevolezza del sunyata. Samsara e nirvana sono una cosa sola.
Felicità e disperazione due facce della stessa medaglia.

La Tradizione nella concezione di Evola è una specie di impalcatura metafisica che sostiene le trasformazioni umane: quell’insieme di “valori” che rimane essenzialmente immutato e che serve a mantenere il contatto tra l’essere umano e il sopra naturale. Per soprannaturale si intende ciò che va oltre le categorie di essere e non essere.
È per questo che il panorama è vasto, va dallo gnosticismo al buddhismo zen, allo zoroastrismo, al taoismo, al confucianesimo, al tantrismo, all’alchimia, alle vie della mano destra e sinistra ecc. ecc.
Che poi questa impacatura metafisica sia "reale" è tutto da verificare.
Evola rimane difficoltoso nel 2017 con il suo razzismo, il suo pensiero gerarchico, aristocratico e anti democratico. Per Evola io sarei un uomo di tipo inferiore, un plebeo. Me ne farò una ragione,
Tuttavia rimane un pensatore con cui fare i conti, aòmeno per quanto riguarda la sua spiegazione del buddhismo delle origini.
Non so se quello che afferma risponda a completa verità: tutte le ricerche ermetiche e mistiche potrebbero essere liquidate come mere stronzate, ma la concezione che qualcosa sussiste per un po’ dopo la morte e poi svanisce mi risuona. Solo chi ha operato una trasformazione di sé non muore dopo la morte del corpo ma entra … nel Nirvana, il non condizionato. Qualcosa di inconcepibile accade intorno a noi e non lo vediamo. Attribuiamo un senso positivo a potenze infere e non ci accorgiamo di quelle superiori. L’uomo moderno è confuso.
Rimane da chiarire l’anti evoluzionismo di Evola. In che modo negare il fatto “scientifico” dell’evoluzione? La specie umana deriva innegabilmente da mutazioni di altre specie. Ma cos’è allora l’autocoscienza, cos’è la trascendenza?
L'anti evoluzionismo è semplicemte inaccettabile.

Un secolo di idioti

Ossessione delle diete, di curarsi con l’alimentazione, la tendenza tutta XXI secolo del cibo, cosa mangiare, dove, quanto, quando; frasi tipo “era ancora giovane” detta di uno morto a 84 anni …
Tutto questo rivela una speciale follia che è propria di questo tempo.
Abbiamo l’ossessione della salute, della forma fisica, della cura “definitiva” per ogni male della vita, che sia però il più possibile naturale perché occorre durare senza pagarne le conseguenze.
Felicità senza tristezza, piacere senza dolore, amore senza odio, medicine senza effetti collaterali, vita senza morte, questi sono gli ideali di questo secolo diafano, svuotato di nerbo, dove tra un esploratore artico e un commesso di un supermercato non ci sono molte gradazioni di differenza, giusto magari il livello di istruzione, poca cosa, in un’epoca in cui tutti possono illudersi di sapere tutto compulsando dieci ore al giorno un fottuto smartphone.
Il secolo dell’Alzheimer, delle scarpe da ginnastica multicolore, di You Tube, nel quale possiamo trovare la rivelazione dell’ultimo segreto esoterico. Il secolo della morte in alta definizione, qualcosa che avrebbe dato da pensare a Heidegger.
Il secolo che sa tutto e il contrario di tutto, in cui ogni smarrimento è codificato e le persone sono talmente attaccate alle loro maschere che sotto, virtualmente, non c’è più niente.
Il secolo in cui non si ha più il coraggio di soffrire se la propria sofferenza non viene “illustrata” da qualche faccina.
Il secolo in cui si guarda avanti guardando indietro, a una ipotetica natura che non c’è mai stata. Un secolo rousseauiano, pieno di male senza cattiveria. La cattiveria ce l’hanno solo quelli dell’Isis.
Come sono lontani i tempi dell’Uomo in rivolta di Camus. Contro cosa rivoltarsi?
Ora il grande enigma è la coscienza. Rendiamo edotta la popolazione che non esiste alcun sé dietro i nostri occhi, ma che il Samadhi è a portata di mano. Abbiamo a disposizione tutta la saggezza passata e presente e futura, abbiamo un guru per ogni stagione e ogni aspetto della vita. Abbiamo mille strade da seguire e tutte promettono miracoli.
Abbiamo informazioni, non c’è nulla sul quale non siamo informati, sul quale non possiamo formarci opinioni subito contraddette da qualcun altro. Fazioni in lotta sullo stesso versante della follia, come un coro di pazienti lobotomizzati che urla fuori sincrono dalle finestre di un manicomio grande come un pianeta.
Un secolo di idioti.

giovedì 16 novembre 2017

Dialoghetto tra un uomo massa e il suo angelo

Arrenditi.
Sì, certo, io mi voglio arrendere.
Allora arrenditi.
Mi arrendo.
Arrenditi.
Lo sto facendo.
No, non lo stai facendo.
A me sembra di sì.
E invece no.
Aiutami ad arrendermi, allora, non so come si fa.
Patetico. Non ne puoi fare a meno.
Può darsi, ma così non mi aiuti.
Non meriti aiuto, e nonostante questo l’aiuto ti è sempre stato dato. Sei un ingrato.
Sono una persona confusa, ma ho deciso di arrendermi.
Davvero?
Sì.
Non sei convincente.
Cioè … io vorrei, cioè voglio arrendermi, ma ho paura, ecco.
Sai che novità.
Ma insomma, mettiti nei miei panni.
No grazie. Ci mancherebbe solo questo.
Sei crudele.
Tu sei crudele, con te stesso e con gli altri. Crudele ed egoista.
Non ti pare di essere un po’ troppo duro con me?
Sei ottuso e questo fa perdere la pazienza anche agli angeli.
Mio dio, non so come uscirne, non capisco più niente.
Ma cosa pretendi di capire? Cosa, in nome di quel cielo che nomini sempre a sproposito?
Sono confuso. Un tempo ti avrei risposto per le rime, ma ora non so più nulla di me, di te, di tutto.
Patetico. Chi speri di abbindolare? La dialettica non ha luogo qui. Non fare il furbo.
Io non faccio il furbo.
Pensi di salvarti adducendo la tua debolezza e ignoranza? Non hai cinque anni. Sei condannabile ormai e sarai condannato, se perseveri.
Angoscia e strazio su di me … chiedo perdono. Perdono!  Sono veramente confuso.
Sei solo un arrogante. Impara l’umiltà.
Sì, la voglio imparare.
Non è vero. Tu vuoi fregare il cielo. Come molti cercano di fare. Sei patetico.
Sono in scacco matto. Ho le mani legate. Sono in trappola.
Bene. È un buon inizio.
Cosa posso fare?
Arrenditi.
Ma io ci sto provando.
Non ci devi provare. Devi farlo.
Ma come si fa? Non lo so. Non lo so!
Arrenditi.
Dio mio come devo fare? Mi arrendo!
No. Non lo stai facendo.
Le viscere mi si straziano.
Sei il solito drammatico. Le viscere ti si straziano, poveretto. Ma a cosa ti serve?
Non riesco ad arrendermi, non riesco a capire come devo comportarmi.
Non devi capire. Devi metterti in ginocchio e ascoltare e basta.
Ma lo sto facendo …
Devi tacere! Tacere, lo capisci? Devi fare in te un silenzio come non hai mai udito in tutta la tua vita. Non devi chiedere, non devi volere, non devi cercare niente. Solo metterti in ginocchio e tacere!
Per quanto tempo?
Questa domanda è segno che non hai capito.
Sì. È vero. Non ho capito nulla. E non riesco ad arrendermi. È vero. Non riesco a fare silenzio dentro di me. Ho paura che …
Hai paura che?...
Nessuno mi risponda.
Devi correre il rischio. Devi assolutamente correrlo.
Ma e se nessuno risponde a quel silenzio?
Forse è perché il silenzio è la risposta.
Adesso sei tu che usi la dialettica.
Sei furbo. Un po’, non tanto. Ma questa furbizia ti nuoce. Non hai nessuna alternativa, sappilo.
Dunque …
Dunque arrenditi.

venerdì 6 ottobre 2017

1917 - 2017 Reliquie di una rivoluzione

Tra i relitti ormai semi sepolti di una storia in continua dissoluzione, c’è la cosiddetta Rivoluzione di Ottobre, cento anni fa. Ultima ebollizione di un kaly yuga che sembra infinito, sembrava covare in sé tutte le speranze, tutte le energie, tutto lo slancio di un’umanità che sognava di trascendere se stessa a partire dall’economia. Un volo d’Icaro diventato un pachiderma ottuso e accecato e sgonfiatosi una settantina di anni dopo come un tendone da circo che collassa. Un destino imprevedibile, ripensando alle origini sulfuree dell’evento, meglio anzi “Evento” con la maiuscola.
I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Pareva veramente che la Storia prendesse parvenza, uscisse fuori dall’esistenza larvale insediata nella mente di pochi intellettuali e dei pochi capaci di leggere e scrivere con ubbie umanitarie, e diventasse Realtà, inoppugnabile e inalterabile. Il sogno era destinato a infrangersi quasi subito. Le circostante non erano favorevoli, si è detto, ed è certamente vero. Una monarchia rurale immensa, in cui i contadini erano da sempre abituati a sottomettersi, un regno in cui il fatalismo era visione cosmica dominante, ebbe un moto di ribellione immenso, come se la schiena di uno spaventoso animale, grosso come un continente, si inarcasse all’improvviso. L’universo tremò. Fu glorioso, fu terribile, fu incredibile, fu sconcertante, fu … una rivoluzione. Impensabile. Accadde. Non poteva durare. Il marxismo trovò terreno fertile per diventare man mano un grottesco dogmatismo. Nacquero eroi e traditori, comparse e protagonisti: un popolo che aspirava all’universale cominciò a divorare se stesso. La Rivoluzione d’Ottobre nacque nel sangue, continuò nel sangue, finì in uno sbadiglio. Durò la durata di una vita media umana del ventesimo secolo, 74 anni. Fu, in fondo, la vita di un uomo resa continente, con i suoi monti e le sue valli, i suoi disturbi intestinali e le coliche tremende, costate la vita a milioni. Tutto in nome di una visione economica impossibile e del risentimento, dissero i detrattori. Tutto in nome di un sogno meraviglioso chiamato uguaglianza e condivisione, dissero i sostenitori. Furono vere entrambe le cose. Né uguaglianza né condivisione furono mai messe in atto se non all’inizio, in fenomeni spuri che vennero annientati dalla Rivoluzione stessa, come a Kronstadt, da Trockij.
Fu il brivido mortifero del novecento, il secolo più incredibile della storia umana (rigorosamente minuscola) nato dal furore capitalista che invase tutto, prese tutto, assunse maschere di ogni tipo. Il comunismo stesso è un travestimento del capitalismo, un antidoto ad esso, originato dallo stesso sangue. Così fu il nazional socialismo, il fascismo mussoliniano, le stronzate colonialiste e imperialiste, la ricerca dell’uomo nuovo, la difesa della Razza (un delirio moderno di origine tribale). L’Uomo Nuovo si nascondeva dietro mille maschere: da conquistatore dei mari e degli oceani, venne via via ridotto a consumatore di immagini sui piccoli telefoni portatili di oggi.
Una involuzione creatrice, per parafrasare al contrario Bergson, descrive il franare inarrestabile della storia (minuscola) lungo tutto il novecento.
Oggi non resta nulla, solo qualche reliquia che viene messa all’asta per ricordare tempi avventurosi. Puoi comprare residuati URSS su Ebay per metterteli in casa. Lo spettacolo ha invaso la taiga, sfilate di moda avvengono sulla Piazza Rossa. Le sofferenze di Bulgakov e le telefonate di Stalin sono soggetti interessanti per una nuova serie televisiva su Netflix. Prima o poi la faranno, ci scommetto.
I milioni di morti, tutto quel carico di dolore e angoscia, e speranza e desiderio, sono svaniti nel nulla, come se non fosse mai successo niente.
Anche il prossimo anno, in primavera, il Grande Buddha di Kamakura svetterà sorridendo tra i ciliegi in fiore. Le cattedrali del mondo onoreranno Cristo in croce, senza preoccuparsi eccessivamente se tutto questo abbia un senso o no. I muezzin salmodieranno cinque volte al giorno. Bagnanti vestiti di stracci si purificheranno a migliaia nelle acque fetide del Gange.
Il sangue continua a scorrere. Oggi ci si ammazza per cose infinitamente più futili del Progresso o dell’Uomo Nuovo. Intanto il nostro pianetino continua a orbitare intorno alla sua stella, in silenzio.

venerdì 16 giugno 2017

La più perfetta illusione

Rivedo per caso in TV Canzonissima 70 con la Carrà che canta, “Ma che musica maestro” e ci  ritrovo inalterato lo stesso stupore e la stessa dolce malinconia che provavo bambino quando sentivo il basso rimanere sul fa e l’accordo della strofa cambiare in sol in un saluto sublime a quel mondo che era per me nuovissimo e antichissimo allo stesso tempo.
“Sabato è festa, Domenica è festa, non c’è mai lunedì”…
Quell’accordo che cambiava e quella nota di basso ferma, così anni 70, mi commuovono ancora adesso. E la sua voce così “normale”, così da brava ragazza, mi dava la sensazione che tutto il mondo fosse spalancato di fronte a me, pronto ad abbracciarmi. Dio, com’era rassicurante la Carrà,  in un modo che non può più esistere ora, che le figure che si dovrebbero ritenere rassicuranti sono messaggere di un'inquietudine mortale, tipo Renzi e compagnia.
Il televisore in bianco e nero splendeva nel buio della sala e mamma e parenti o papà e nonna erano intorno e io sentivo di conoscere per certo il significato della parola felicità. Mi avvolgeva ovunque, potevo viaggiarci dentro, era perfetta, inesauribile. La più perfetta delle illusioni, nascosta in una canzoncina idiota. È giusto che proprio lì debba stare.
Il ritornello pacchiano era invece l’orgia della festa di paese, l’albero della cuccagna, l’occhiata lasciva alla moglie bella e formosa del padrone, la sagra di una vita che pare debba mantenere tutte le promesse. Un bambino. Avere ancora quell’eternità di tempo a disposizione. Che anni, che colori, che sapienza. Sapevo tutto. Ho sempre saputo tutto. È dopo che ho cominciato a non sapere più nulla.

giovedì 11 maggio 2017

Appunti di un pessimista felice


La conoscenza non è un dato cumulativo. Accade, a volte. Non è detto, ma può succedere.

La parte di me che dice no, che non vuole fare parte, che detesta il gioco, che vuole scoprire le carte, è forse la parte sbagliata? O non è per caso la parte più vera di me, il mio vero io, quello che sono davvero? E se è così, non è dunque questa parte che dice no, così com’è, la mia vera parte spirituale? Se questa parte di me non si è mai accontentata di facili risposte, se ha pagato sulla propria pelle le rinunce e i fallimenti di chi spera e non trova, non si è forse guadagnata il diritto, questa parte, di vivere la propria vita fino in fondo?
Diventare ciò che si è, non significa forse semplicemente questo?

Ne “L’uso del piacere” di Foucault  si evince che lo scopo vitale della sua vita era sentirsi bagnati “dalla dimenticata scintilla della luce primigenia” e sentirsi in sintonia con quella misteriosa (e forse divina) scintilla interiore che Kant chiamava libertà, Nietzsche chiamava volontà di potenza e Heidegger chiamava il “trascendente puro e semplice”.
(da The Passion of Michel Foucault di James Miller)


Attenzione, attenzione, uomo! O Mensch, gib acht!

TU – NON – SAI – NIENTE: non dimenticarlo mai.
Non farti prendere da stronzate dualistiche, non dualistiche, da guru, para guru, simil – guru, puttanate New Age …

Non cascarci, sarebbe penoso e ridicolo.

Siamo bambini. Vogliamo essere imboccati. Cucchiaiate di verità che da soli non possiamo prendere. Chi ce le da, queste cucchiaiate? Mamma e papà maestri. Quando ci nutriremo da soli? Dopo quante vite?

Sto ammucchiando Gurdjieff, Ligotti, Kierkegaard, Nishitani, Nietzsche, l’alchimia, U. G. Krishnamurti, la teoria delle stringhe, il morire a se stessi di Angela da Foligno, Bataille, Mishima e sto facendone un frullato indigesto. Qualcuno direbbe che sto giochicchiando con il nichilismo e i suoi derivati. Può essere, sia pure non consapevolmente. Il nichilismo non mi affascina, lo trovo superficiale. Non che d’altro canto io sia affascinato dalle religioni, no grazie.
Si tratta semplicemente della consapevolezza che se qualcosa ci è dato conoscere di questo universo è solo attraverso la totale negazione: l'esatto opposto dell'ingiunzione di Wittgenstein "di ciò che non si conosce occorre tacere". No, occorre parlare. Anzi, è l'unica cosa di cui vale la pena parlare, ciò che non si conosce. C’è nel perseguire la negazione forse la speranza catartica di arrivare junghianamente a una coincidenza degli opposti che procuri pace, illuminazione e felicità? Non è questa l’ennesima illusione?
Forse, semplicemente, queste acrobazie teoretiche placano momentaneamente il desiderio di conoscenza. Non danno senso, ma mettono in luce la vita di piccoli esseri umani come te, che tanto hanno sperato e amato e tanto sono stati delusi. Forse non cerchi la verità, cerchi fratelli.


giovedì 2 marzo 2017

Capitalismo pornografico


Secondo il filosofo coreano – tedesco Byung Chul Han, il capitalismo non è una religione come affermato da molti, ad esempio Benjamin. Tutte le religioni hanno in sé istanze di colpa e di perdono, mentre il capitalismo è sempre e soltanto colpevolizzante. Non è possibile alcuna espiazione in una società nella quale la prestazione e il godimento sono imperativi  assoluti. Fallire nel godimento, fallire nella propria prestazione di uando QUa* “realizzazione” è una colpa della quale nessun dio ci può perdonare. In un regime liberale, in cui la libertà dell’individuo è assoluta, chi non riesce è colpevole senza appello. Da qui la depressione, caratteristica epocale. I poveri sono colpevoli di non essersi impegnati abbastanza. I malati sono colpevoli di non aver saputo badare alla salute. I morti sono colpevoli di non avere scelto la vita. In sostanza, l’esercito dei colpevoli ingrossa le sue file ogni giorno di più. In un siffatto mondo non c’è semplicemente più spazio per l’Eros, cioè per l’Altro. È un mondo afflitto da un eccesso di positività e il rifiuto della negatività. Il rifiuto del limite porta al rifiuto dell’Altro e si può conoscere l’altro solo, in un certo senso, negando il proprio sé. Il rifiuto dell’Altro porta al narcisismo estremo di quest’epoca, nella quale le relazioni sono diventate impraticabili e ognuno si relaziona in fondo solo a se stesso e al proprio sistema di social.

L’incontro con l’Altro viene sempre rimandato, perché ogni incontro con l’Altro è una morte, un annullarsi per poi ritrovarsi, riconciliarsi. E questa società rifiuta la morte completamente. Tutto deve essere sovraccarico della positività dell’ego che non vede altro che se stesso. È per questo che siamo tutti schiavi, in questa società di uomini liberi.

Gli schiavi non sono in grado di rinunciare alla coscienza di se stessi, non sono in grado di portarsi oltre il limite.

“In una società nella quale ciascuno è imprenditore di se stesso” scrive Byung Chul Han “domina un’economia della sopravvivenza: essa è diametralmente opposta alla non – economia dell’Eros e della morte. Il neoliberalismo, con i suoi disinibiti impulsi egoici e prestazionali, è un ordine sociale nel quale l’Eros è completamente scomparso. La società positiva, alla quale è sottratta la negatività della morte, è una società della nuda vita, unicamente dominata dalla preoccupazione ‘di assicurare la sopravvivenza nella discontinuità’. È la vita di uno schiavo. Questa preoccupazione per la vita, per la sopravvivenza, toglie alla vita ogni vitalità. Ciò che è puramente positivo è privo di vita.”

È per questo che il capitalismo attuale è essenzialmente pornografico.